L’impegno evangelico al mondo che richiede l’azione umana come testimonianza e concreto contenuto della fede

copertina italia paese cristiano_webIl 19 aprile si sono ritrovati presso il Centro Valdese di Firenze il responsabile del Centro Culturale Protestante Pietro Martire Vermigli Prof. Marco Ricca e il presidente dell’Associazione Fiumi d’Acqua Viva Claudio Cardone, per presentare il nuovo libro di Andrea PaneriniItalia Paese Cristiano?” uscito nel dicembre scorso per i tipi de La Bancarella Editrice. Di fronte ad un pubblico interessato e curioso erano stati invitati a parlare, oltre all’Autore, la dott.ssa Marta Torcini esperta di Diritto Ecclesiastico e membro della segreteria di Fiumi d’Acqua Viva e Don Andrea Bigalli, referente dell’Associazione Libera e sacerdote cattolico.
Mentre la dott. Torcini ha sviluppato una analisi del libro sotto il profilo del tipo di approccio al problema e ne ha evidenziato la coerenza con un approccio evangelico al mondo che richiede l’azione umana come testimonianza e concreto contenuto della fede, don Bigalli ha ricordato l’impegno contro la criminalità organizzata e contro l’ingiustizia che essa porta nel mondo come una delle azioni fondamentali in cui anche la chiesa deve impegnarsi se vuol seguire la Parola di Cristo e il suo esempio. Ha concluso gli interventi l’Autore, offrendo molti spunti di riflessione che sono stati colti dal pubblico e sviluppati in una serie di domande e risposte assai coinvolgenti.
Pubblichiamo la presentazione della Dott.ssa Torcini.

*****

Del livello di “cristianità” dell’Italia si sono occupati in molti e sotto molti aspetti.

Per esempio sotto l’aspetto di una fede che diventa sempre più personale fino a divenire una “religione fai da te” o religione liquida. Da qui discenderebbe da un lato una tale differenziazione sia nelle credenze che nelle pratiche da essere difficilmente controllabile dal punto di vista collettivo; dall’altro, e quasi come conseguenza, una reazione dell’autorità ecclesiastica cattolica che si esprime in una presenza pubblica diretta dei responsabili ecclesiastici di vertice sulla scena politica, come strategia alternativa per bilanciare la scomparsa di un partito cattolico (Italo De Sandre).

C’è chi si è domandato quanto gli individui, indipendentemente dalle credenze, siano pervasi da un sentimento religioso e quanti diano reale importanza ai valori dello spirito nella loro esperienza, per concludere che il sentimento religioso è diffuso ma non esente da limiti e ambivalenze, e rappresenta comunque una risorsa di senso nei momenti difficili della vita (F. Garelli, G. Guizzardi, E. Pace).

Altri hanno sottolineato la crisi della mediazione religiosa, collegata a istanze di autonomia etica e sviluppo dell’individualismo religioso, con una sorta di dissociazione fra riferimenti di fede e scelte pratiche, evidenziando le difficoltà dell’uomo contemporaneo nell’interiorizzare il messaggio religioso e raccordare i dettami del Vangelo con le aspirazioni di realizzazione terrena. Preso atto dell’eterogeneità del cattolicesimo italiano questi autori si chiedono quale possa essere il rapporto fra quanti cercano di vivere la fede e quelli che riscoprono la religione solo nei riti di passaggio e fanno notare come spesso si realizzi una “credenza senza appartenenza” che si accompagna a quello che vien chiamato “bricolage delle credenze” e alla privatizzazione della morale (Franco Garelli).

In un bello scritto, intitolato “La religione nelle città” Arturo Carlo Jemolo ci presenta la sconcertante contraddizione fra la profusione di immagini sacre, l’abbondanza di chiese, di crocifissi in ogni ufficio, scuola o edificio pubblico, la partecipazione di autorità religiose a eventi e cerimonie pubbliche e …la totale mancanza di influenza sulla vita quotidiana delle persone, unita ad una grande ignoranza, in ogni ceto, della dottrina religiosa. Anche Jemolo rileva da un lato una profonda aridità e indifferenza religiosa, e dall’altro l’esistenza nella vita collettiva di elementi, componenti non specificamente confessionali ma certamente con connotazione religiosa.

Una indagine pubblicata su “Civiltà cattolica” nel 1991 (III, 425-434), conclude che mentre la religiosità persiste nella grande maggioranza degli italiani, vi è però una grande disomogeneità, geografica, per fasce di età, livello culturale e urbanizzazione, e infine che il cattolicesimo è quantitativamente maggioritario ma qualitativamente minoritario nel senso che i cattolici in senso pieno sono solo una minoranza.

Per evangelici, protestanti in genere e altre confessioni cristiane le cose non vanno meglio, mentre si affermano orientamenti religiosi di carattere orientale come buddismo e religione Bahai.

Perciò, nel momento in cui ho letto il titolo del libro mi sono sorte due domande: che cosa significa oggi in Europa che un Paese sia definito “cristiano”? Si può definire un Paese, o un popolo (italiano, francese, spagnolo, europeo) “cristiano”? E sotto quale profilo l’Autore di questo libro si pone la domanda?

Sono per formazione e cultura una giurista e studiosa di diritto ecclesiastico, cioè quella parte del nostro sistema giuridico che, nato in Italia come normativa regolatrice dei rapporti fra Stato e Chiesa Cattolica Romana, si è lentamente modificato ed evoluto in normativa regolatrice dei rapporti fra Stato e confessioni religiose per approdare ad essere oggi, più modernamente, normativa regolatrice del fenomeno religioso.

Ho perciò preso in considerazione la domanda del titolo in primo luogo dal punto di vista del diritto statuale. La religione è riconosciuta sotto due profili, quello individuale e quello associativo. Individuale nel senso che la fede è qualcosa di assolutamente personale, intimo, che la legge deve rispettare limitandosi a regolarne la manifestazione solo in relazione a quello che viene chiamato buon costume. Associativo nel senso che i credenti di qualunque credo, e i non credenti, atei o agnostici, sono liberi di associarsi in gruppi più o meno ampi che in qualche caso sono chiamati confessioni o chiese, in altri sette, in altri ancora più genericamente denominazioni religiose, libere queste associazioni di auto-organizzarsi come preferiscono, con l’unico limite del rispetto dei principi generali dell’ordinamento. Sia gli individui che le associazioni sono tutti uguali davanti alla legge e quindi davanti allo Stato che quella legge esprime, il quale ha il compito di rimuovere gli ostacoli che dovessero frapporsi alla piena realizzazione di quella uguaglianza.

Credo che da questa brevissima sintesi dei principi del nostro diritto si capisca bene il perché delle mie domande. Si potrebbe infatti aprire qui il controverso capitolo della religione di stato, della sua influenza sulla coscienza e il comportamento degli individui, su quanto una religione di stato possa essere compatibile con la libertà religiosa. Si potrebbe anche discutere delle caratteristiche dello stato confessionale, dello stato etico e delle teocrazie e del loro contrapporsi alle coscienze e libertà individuali, ma non è questo il luogo. Mi limiterò quindi a dire che, dal mio punto di vista, si può definire cristiano o islamico, buddista o quel che si vuole, solo una persona o un gruppo associato di persone che si autodefinisce tale. Non certo un intero Paese, secondo me neppure nei paesi che chiamiamo, impropriamente appunto, islamici, in quanto hanno adottato una religione di stato o addirittura la legge religiosa come legge dello stato (teocrazie). L’ applicazione di una legge di origine religiosa, per quanto largamente condivisa, non ci consente di attribuire all’intero popolo la fede che sta all’origine di quella legge. Secondo me infatti va sempre distinto un regime confessionale (nella varietà di forme cui accennavo sopra) dal condividere realmente quella fede e quindi nel nostro caso quello che potremmo chiamare un regime di cristianità dall’essere cristiani.

Ho girato quindi le domande all’Autore. La risposta è stata che…..il titolo è infatti un po’ una trappola! In realtà si è voluto da un lato mettere in discussione una prassi sociale piuttosto ipocrita, diffusa sia fra esponenti di governi e partiti politici che fra semplici cittadini, con la quale a parole ci si dichiara cristiani e poi si appoggiano interventi militari, acquisti di costosissime armi, politiche economiche che scaricano i debiti fatti da banche e speculatori su chi si suda quotidianamente la sopravvivenza con il lavoro; dall’altro sottolineare l’incapacità delle chiese cristiane, tutte senza eccezioni, di predicare l’Evangelo, con la bella conseguenza di aver trasformato l’Italia e l’Europa intera in terra di ri-evangelizzazione, come ha detto non molto tempo fa il Papa emerito Benedetto XVI.

Durante la lettura mi ha colpito una citazione dell’Autore da un teologo americano metodista, Stanley Hauerwas:

“…Il compito della Chiesa è di sperimentare quelle istituzioni e quelle pratiche che la società in generale non ha percepito come forme di giustizia….La chiesa non ha, ma piuttosto è un’etica sociale…..ossia un’istituzione che ha imparato a incarnare la forma di verità che è la carità così come è stata rivelata nella persona e nel lavoro di Cristo…”

Questa frase secondo me è la chiave di volta per interpretare tutto il libro, insieme ad un’altra, riportata anche in copertina, che è poi uno dei brani più famosi del Vangelo di Matteo:

Come dobbiamo dunque reagire in quanto cristiani a questo stato di cose? Di fronte all’ingiustizia Dio non è neutrale : “Perché ebbi fame e non mi deste da mangiare; ebbi sete e non mi deste da bere; fui straniero e non m’accoglieste; nudo non mi vestiste; malato e in prigione e non mi visitaste” (Matteo 25, 42-43)

A mio avviso quindi il prof. Garrone nella prefazione cade in pieno nella “trappola” rappresentata dal titolo del libro, laddove ne mette in discussione l’intero impianto, che collega etica e cristianesimo e riduce secondo lui il secondo alla prima. Io credo invece che questo libro ci richiami alla fede agita piuttosto che semplicemente dichiarata. L’azione nel mondo che si richiede al cristiano è testimonianza di fede, ed è anche l’unico modo che il cristiano ha per mostrare la propria riconoscenza a Dio per la salvezza (non chi dice Signore, Signore, ma chi fa la volontà del Padre mio….), per predicare con i fatti l’Evangelo e per camminare sulle orme di Cristo, che mostrò sempre una speciale predilezione per i poveri. Del resto anche gli autori che ho citato prima usano, quale parametro fondamentale per attribuire la definizione di cristiano, la differenza fra il dichiarato e l’agito nella società.

In questo senso il libro di Panerini è ricco di riferimenti scritturali ai Vangeli e all’Antico Testamento, ma anche a padri della Patria come Mazzini, personaggio molto amato dall’Autore, teologi come Dorotee Sölle e Bonhoeffer, encicliche come la Populorum Progressio e documenti conciliari come la Gaudium et spes. Da tutti questi documenti l’Autore ricava proprio quell’etica pubblica e sociale che secondo la citazione del metodista Hauerwas che ho riportato sopra è la Chiesa stessa e il senso del suo esistere.

Ci sono in questo libro due argomenti che mi interessano particolarmente perché secondo me sono all’origine di ogni conflitto, di ogni sofferenza, di ogni male: la povertà, che l’Autore inquadra nell’argomento più ampio dell’ingiustizia, e la distruzione del creato, all’interno del quale vengono trattati ambiente e animali separatamente. Ora non c’è dubbio che ogni conflitto, ogni guerra, ogni lotta politica o scontro diplomatico abbiano come reali materie del contendere neppure tanto mascherate l’arricchimento di alcuni (pochi o pochissimi) a danno di altri (in genere tutto il resto della comunità) e lo sfruttamento, possibilmente esclusivo e rapace, delle risorse del pianeta e degli animali.

L’ingiustizia è un argomento molto discusso, dalle chiese, tutte, come dai governi, e poco affrontato nei fatti. L’Autore spazza via con estrema chiarezza un equivoco diffuso persino fra i Protestanti e di cui anche io mi ero convinta quando andavo al liceo, perché nonostante abbia studiato storia sui libri di Giorgio Spini, avevo una insegnante cattolica che se non ha propriamente indotto l’errore, certo non ha fatto nulla per correggerlo. Quello per cui la ricchezza sarebbe segno di predilezione divina o di speciale predestinazione. Affermazione che Panerini dice molto chiaramente né Lutero, né Calvino né, se non erro, nessun altro dei grandi Riformatori si è mai sognato di fare, ma equivoco che è all’origine di certi discorsi sull’etica del protestantesimo nel capitalismo (e non mi riferisco solo al celebre ma ampiamente superato libro di Weber). L’Autore mette invece ben in risalto il ruolo che ha la ricchezza nell’Evangelo, che è quello di ostacolo alla salvezza, non perché negativa in sé, ma perché il ricco, non il semplice benestante ci tiene a precisare l’Autore, ma appunto il ricco sottrae sempre alla moltitudine dei poveri e, citando Barth, ci dice che giustizia o legge umana, insieme alla giustificazione divina, sono un problema di fede e responsabilità cristiana, un ragionamento che “…rigetta ogni proposito separazionista tra la comunità cristiana e il mondo circostante e che, rimandando all’imperativo di Matteo 25, obbliga il cristiano a fare i conti con l’ingiustizia del mondo” (pag. 24).

Va rimesso quindi al centro l’uomo (cosa c’è di più cristiano di questo, di più essenziale alla fede? Cristo è venuto sulla terra e si è fatto come noi per salvare noi) e il lavoro, non come valore in sé, ma come valore per l’uomo, come vocazione e non come semplice mezzo per sopravvivere. Da qui l’Autore propone poi un superamento del capitalismo (a ulteriore smentita di quell’equivoco cui accennavo prima) e cita un economista che mi è molto caro, Serge Latouche, che offre prospettive di una economia compatibile con l’etica cristiana. Ma qui si va poi nel campo delle soluzioni che lascio non ad altri, non agli esperti, perché da cristiana e da persona la cosa mi riguarda molto direttamente, ma ad un altro momento in cui potremo dibattere questo argomento.

Mi ha fatto particolare piacere vedere che il tema della distruzione del Creato non è stato trattato come unico tema ma diviso in due parti: devastazione dell’ambiente e rispetto per gli animali.

Per quanto riguarda il Creato, l’Autore sottolinea da un lato che solo Dio è Creatore, mentre noi siamo solo manipolatori della natura, che trasformiamo in qualcosa di solo apparentemente diverso. E qui mi viene in mente Mattew Fox che nel suo “Original Blessing” (in principio era la gioia) ci chiama co-creatori, interpretando così il nostro intervento di trasformazione del mondo. Panerini al contrario ci ricorda che in realtà siamo amministratori e custodi, compiti affidatici all’atto della creazione e confermati, anzi rafforzati, al rinnovo del patto con Noè. Dall’altro però rileva come le chiese cristiane, benché richiamate all’impegno per il Creato fin dall’assemblea del Consiglio ecumenico delle chiese di Vancouver del 1983 (giustizia, pace e salvaguardia del creato), si sono concentrate sui primi due concetti, giustizia e pace, dimenticando che sfruttamento dell’ambiente e delle persone sono concetti strettamente connessi e che non ci possono essere né giustizia né pace finché l’ambiente continuerà ad essere devastato e sfruttato a beneficio di pochi. Mi viene in mente un episodio che mi capitò quando ero una giovane avvocatessa e frequentavo le aule giudiziarie. In uno scambio di battute fra giudice e alcuni colleghi avvocati più anziani sulla politica del momento, io osai dichiarare la mia preferenza per i verdi, movimento che da poco si era trasformato in partito. Fui immediatamente rimbeccata dal giudice, che peraltro stimavo molto, con questa frase che trovò il consenso di tutti gli altri presenti: “i verdi non hanno una politica estera né economica”. Oggi si comincia finalmente a capire che dall’ambiente dipendono economia e politica internazionale, perché la maggior parte, se non tute le guerre, come ho già detto sono guerre per le risorse naturali, in particolare acqua e petrolio.

Su un punto poi fa chiarezza l’Autore: la Bibbia, soprattutto Genesi, e il suo generale antropocentrismo sono stati fin’ora usati per giustificare lo sfruttamento e il dominio incontrollato dell’uomo; ma la Scrittura cosa dice realmente, come va interpretata? Il rischio, ci dice Andrea, è quello di una teologia scarsamente legata alla realtà corporea del Creato, quindi che rimane come sospesa e quasi gnostica. E qui ci ricorda Bonhoeffer, che indica la corporeità come termine di tutte le vie di Dio. Insomma non una materia come depravazione dello spirito, ma materia come componente essenziale della Creazione. La creazione è materiale. Del resto a ricordarcelo, ci dice l’Autore, c’è il fatto dell’incarnazione di Dio: Dio si fa materia.

In questo contesto un ruolo a parte ricoprono gli animali. Intanto, da animalista vegetariana convinta del valore in sé di ogni individuo animale, mi ha fatto molto piacere vedere messo in discussione l’antropocentrismo da cui sono purtroppo afflitte le tre grandi religioni a noi più vicine, il cristianesimo, l’ebraismo e l’islam. In tutte e tre queste religioni il ruolo dell’animale nella creazione è sempre stato malinteso. Non così in altri orientamenti spirituali come il buddismo, trasformato forse nel nostro mondo occidentale in una specie di religione laica, ossimoro per dire che la sua filosofia di vita è insospettabilmente diffusa fra persone con forte spiritualità ma non necessariamente religiose nel senso tradizionale del termine. L’altra cosa che mi ha fatto molto piacere è la sottolineatura che la salvezza non è solo per noi umani, ma per tutto il creato e per gli animali, e citando Isaia 65, 25 dice che il mondo rinnovato dell’ultimo dei giorni sarà un luogo in cui cesserà anche la violenza e la lotta per la sopravvivenza e dove “…il lupo e l’agnello pascoleranno insieme, il leone mangerà il foraggio come il bue, e il serpente si nutrirà di polvere. Non si farà né male né danno su tutto il mio monte santo, dice IL SIGNORE”.

Non manca Andrea di sottolineare che il dare all’uomo potere sugli animali è un riconoscimento che siamo parte della creazione ma anche qualcosa d’altro (siamo fatti a immagine e somiglianza di Dio), pur precisando che questo non ci autorizza a sentirci né il centro dell’universo né del pianeta, perché è Dio che provvede a tutte le sue creature, e noi dobbiamo guardare agli altri esseri viventi con rispetto e compassione. E qui però si ferma il mio consenso, la mia condivisione di quanto dice Andrea. Io credo che si debba andare oltre (ma Andrea teologicamente è un conservatore barthiano), e domandarci se non sia il caso di impostare una completamente differente relazione con gli animali. L’autore infatti pur riconoscendo che “…l’allevamento per fini alimentari è una delle cause maggiori di sofferenza per il mondo animale” invita ad evitare l’estremismo di considerare “assassini” tutti quelli che non se la sentono di rinunciare alla carne e sostiene che veramente contrario all’etica cristiana è il modo in cui vengono trattati gli animali negli allevamenti industriali e intensivi. A parte l’uso di una terminologia così cruda, e tenendo presente che è ormai di uso abbastanza corrente la parola “animalicidio”, penso che qualunque uccisione, sia pure “giustificata” dal nostro bisogno di nutrimento o di vestiario, e sia pure condotta con pratiche pietose, che però sarebbe meglio definire “asettiche”, è una violenza che non può non avere effetti sul mondo, così come la pietra lanciata nell’acqua crea circoli che si estendono molto oltre le dimensioni della pietra. Sono convinta che se smettessimo di uccidere gli animali, per qualunque motivo, apporteremmo pace al pianeta. L’autorizzazione che troviamo nella Bibbia a mangiare animali deriva dalla presa d’atto da parte di Dio che siamo peccatori e quindi incapaci di comportamenti perfetti. Ma questa autorizzazione non fa altro che confermare che mangiare animali anche se non è peccato propriamente peccato, non è neppure la miglior cosa possibile. Secondo me dovremmo fare lo sforzo di domandarci sempre chi, e non cosa indossiamo, chi, e non cosa abbiamo nel piatto.

La conclusione, in questo affresco abbastanza cupo tratteggiato dall’Autore, è che evidentemente l’Italia non è un paese cristiano, nel senso però che precisavo all’inizio, cioè un paese in cui molti cittadini si professano cristiani, ma solo una parte, sempre meno frequenta le chiese, e poi comunque spesso agisce come se le Scritture non esistessero. E’ vero che come nel resto d’Europa l’Italia si laicizza sempre di più, abbandona ogni visione propriamente evangelica del vivere. Ma non so se questo sia davvero un male. Quelli che continuano a frequentare le chiese e ad agire da cristiani potranno costituire un nuovo “zoccolo duro” dal quale ripartire per ri-evangelizzare non solo l’Italia ma l’Europa intera. Tenendo comunque sempre presente che esiste un mondo laico che condivide i nostri valori, anche se non li fonda sulla fede. Anche il libro si conclude con una nota di speranza, nell’osservazione che sta emergendo nel popolo di Dio una visione nuova, un diverso approccio alla realtà complessa e varia che ci circonda che fa sperare in un vissuto quotidiano più vicino all’Evangelo, naturalmente sempre con l’aiuto di Dio, che Andrea ci ricorda di invocare, riportando in luogo di conclusione, il salmo 12.

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Pubblicato il 23 aprile 2013, in Altre chiese, Associazione, Chiesa valdese, Cultura&Spettacoli, Teologia con tag , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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