E’ stato sbagliato non rispondere all’Appello al Sinodo: la Chiesa valdese nel suo percorso di riconoscimento delle coppie dello stesso sesso

Estratto di una lettera a Riforma del 1° ottobre 2010, risponde il teologo Paolo Ricca

(…) Non conosco né il greco né l’ebraico, né ho passato lunghi anni sui libri di teologia. Mi avete presentato, un giorno, un Evangelo spiegato ai semplici, agli illetterati, che hanno risposto positivamente.
Voi, pastori, avete avuto accesso a informazioni e a testi più complicati e ora ve ne servite per giustificare comportamenti che ai miei tempi erano aberrazioni. Ho, il triste sentimento che oggi si cerca nell’Evangelo non il modo di comportarsi, ma la giustificazione del proprio operato.
Non vorrei essere frainteso, ma vi chiedo umilmente di meditare questa frase: voglia il Signore che non vi troviate nella situazione di scandalizzare il fratello semplice, che semplicemente, ma con tutto il cuore, ha creduto nell’Iddio che gli avete presentato tanti anni or sono.

Samuele Sieve (Ginevra)

Questa bella lettera non è stata indirizzata a questa rubrica, ma al nostro settimanale. (Riforma, ndr) Siccome sono anch’io un pastore, mi sento interpellato e, d’accordo con il direttore del giornale, la pubblico qui, e cerco di rispondere, beninteso non a nome dei pastori, ma, come sempre, a titolo personale.
«Una bella lettera», dicevo. Bella moralmente e spiritualmente. Moralmente per il suo tono pacato e sereno, senza risentimenti, accuse e sospetti malevoli – un tono amichevole e fraterno, che sempre dovrebbe caratterizzare i rapporti tra membri di chiesa, ma che purtroppo oggi è spesso assente.


Ma bella anche spiritualmente, perché solleva con molto garbo, ma con altrettanta franchezza, una questione fondamentale per la Chiesa, ma anche per ogni società: «Voi pastori – dice in sostanza il nostro lettore – tanti anni or sono mi avete insegnato certe cose (a esempio, che certi comportamenti erano riprovevoli) e io le ho credute; oggi invece sostenete il contrario, avallando quei comportamenti come perfettamente leciti e conformi al volere di Dio. Sono disorientato. Ho sbagliato ad ascoltarvi allora o sbaglio ad ascoltarvi adesso? Avevate ragione allora e torto adesso, o avevate torto allora e ragione adesso? Sono le domande che mi pongo e vi pongo. Per favore, rispondete!».
Questo è, più o meno, il senso della lettera aperta, che termina con una sorta di scongiuro finale: «Voglia il Signore che non vi troviate nella situazione di scandalizzare il fratello semplice».
Sappiamo infatti da una parola evangelica quale triste destino aspetti coloro che scandalizzano «i piccoli che credono in Gesù» (Matteo 18, 6).
Quello del nostro lettore è dunque un vero e proprio «Appello ai pastori», analogo – non nella forma, ma nell’intenzione – all’«Appello al Sinodo», apparso su Riforma il 30 luglio scorso e sottoscritto da alcuni membri di Chiesa.Il Sinodo ha avuto il torto di non rispondere a questo «Appello» né pubblicamente né – per quel che ne so – privatamente attraverso il Seggio.
Nel nostro Ordinamento, l’Appello al Sinodo di uno o più membri di Chiesa, indipendentemente dai suoi contenuti specifici, è una cosa molto seria, alla quale il Sinodo non può non rispondere, o direttamente o attraverso il Seggio.
Non rispondere (come fa spesso il Vaticano) vuoi dire negare la domanda, far finta che non ci sia. Ma la domanda c’era e c’è.
Abbiamo dunque davanti a noi due appelli – uno al Sinodo e uno ai pastori – che rivelano l’esistenza di un disagio più o meno diffuso, ma comunque reale, che non può essere ignorato.
Le motivazioni del disagio sono varie, ma qui ci occuperemo solo di quella espressa nella «lettera aperta ai pastori» e dovuta, anche se non è detto in chiare lettere, a una decisione del Sinodo valdese di quest’anno che, com’è noto, ha votato un «ordine del giorno» (così viene chiamato), cioè un atto dell’assemblea sinodale, che, pur non prendendo essa stessa esplicitamente posizione in merito, autorizza le chiese locali a impartire la benedizione là dove una coppia omosessuale lo richieda e si crei nella comunità un consenso sufficiente in proposito.
Davanti a questa decisione (che in realtà dice meno di quello che i media hanno fatto capire), il nostro lettore è comunque disorientato.
Egli legge nella Bibbia ripetute condanne dell’omosessualità, non solo nell’Antico ma anche nel Nuovo Testamento, e non capisce come il Sinodo abbia potuto prendere una decisione del genere, che sembra ignorare del tutto la Bibbia, anzi contraddirla apertamente.
Lo sconcerto del nostro lettore è comprensibile e anche giustificato.
Perché? Perché il Sinodo ha preso una decisione di un certo peso, che virtualmente introduce una novità assoluta nella vita liturgica (e non solo) delle nostre chiese, senza sentire il dovere di spiegare bene – come Sinodo – le ragioni della decisione, a cominciare da quelle bibliche.
Il Sinodo, va detto, dev’essere lodato per aver avuto il coraggio di affrontare l’argomento e dedicargli il tempo che meritava: è un segno di maturità, per un assemblea, assumersi la responsabilità di dibattere pubblicamente questioni difficili e controverse.
Ma la fretta (eccessiva) di decidere ha impedito di fondare adeguatamente, cioè su solide basi, la decisione, corredandola con una serie di spiegazioni di cui il Sinodo era ed è debitore nei confronti non solo del nostro lettore ginevrino e di tutti i membri delle nostre chiese, ma anche nei confronti delle altre chiese cristiane (ortodosse, cattolica, evangeliche) e dell’opinione pubblica.
Quali sono le spiegazioni che il Sinodo non ha fornito e che, a mio giudizio, avrebbero dovuto essere date e anzi precedere ogni decisione? Sono queste tre.
1. Il Sinodo avrebbe dovuto spiegare perché non considera più valida per noi oggi la condanna dell’omosessualità, chiaramente presente nella Bibbia.
La spiegazione, a mio giudizio, è questa: la Bibbia non sapeva quello che noi oggi (da un secolo appena, o poco più) sappiamo, e cioè che l’omosessualità non è una scelta, ma è una condizione, che per l’omosessuale è altrettanto normale quanto lo è l’eterosessualità per un eterosessuale.
Essendo una condizione, essa non può essere in quanto tale sottoposta a un giudizio morale, proprio come non può esserlo il colore della pelle, degli occhi o dei capelli.
La Bibbia non immaginava, né poteva immaginare, che l’omosessualità fosse una condizione, così come non immaginava, né poteva immaginare, che fosse la Terra a girare intorno al Sole, e non viceversa.
Questa è una spiegazione del perché credo che non possiamo oggi semplicemente ripetere la condanna biblica dell’omosessualità.
Resta comunque il fatto che il Sinodo doveva dare una spiegazione – questa o un’altra migliore – prima di decidere.
2. Il Sinodo avrebbe dovuto spiegare che cosa intende per «benedizione». Nella Chiesa ce ne sono tante, forse troppe.
In Sinodo s’è parlato di «moltiplicare le benedizioni». La Chiesa cattolica è specialista in materia: ha persino inventato la benedizione «urbi et orbi» = alla città di Roma e al mondo!), che ogni domenica viene impartita dal papa in Piazza S.Pietro.
Più modestamente, in ogni nostra comunità, il culto termina con la benedizione dell’assemblea. Comunque sia: se si vuole davvero moltiplicare le benedizioni, è tanto più necessario sapere bene che cosa questo termine significa e che cosa il gesto di benedire, in sé bellissimo – forse il più bello che ci sia dato di compiere e di ricevere – comporta.
Ricordando forse che Gesù, che peraltro non era un sacerdote, non ha benedetto nessuna coppia, né etero né omosessuale: ha benedetto solo i bambini (Marco 10, 16), il pane (sia quello per sfamare la folla: Marco 6, 41, sia quello dell’Ultima Cena: Luca 24, 30), e i discepoli prima di salire in cielo (Luca 24, 50).
La Chiesa antica, come Gesù, non ha benedetto nessuna coppia. La benedizione nuziale nasce relativamente tardi, come eco, o riflesso, della benedizione di Dio sulla prima coppia umana: « Dio li creò maschio e femmina, li benedisse e disse loro: “Crescete e moltiplicate…”» (Genesi 1, 26- 27).
S’è detto in Sinodo che la Chiesa non benedice, ma chiede a Dio di benedire. La benedizione non sarebbe dunque nulla di più che una richiesta di benedizione – non una benedizione, ma una invocazione affinché Dio benedica? Ma è proprio così? La benedizione non sarebbe altro che una forma di preghiera?
A me pare che sia qualcos’altro e di più, ma anche questo è un punto decisivo da chiarire, e il Sinodo aveva il dovere di farlo. Questo dovere, ovviamente, ce l’ha ancora.
3. Infine il Sinodo avrebbe dovuto chiarire che differenza c’è – se c’è (credo che ci sia, ma appunto, anche qui, sono cose da chiarire) – tra la benedizione di una coppia omosessuale e quella di una coppia eterosessuale.
L’opinione pubblica, disinformata e approssimativa com’è, identifica facilmente benedizione di una coppia con matrimonio. Ma si tratta di cose diverse, però bisogna chiarirle. Insomma: il nostro lettore ha il diritto di avere delle spiegazioni.
Confido che un prossimo Sinodo gliele darà.

Paolo Ricca

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Pubblicato il 2 ottobre 2010, in Chiesa valdese, Italia, News, Omosessualità, Rassegna stampa, Teologia con tag , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 2 commenti.

  1. Partendo dall’assunto così ben sintetizzato dal Prof. Ricca che l’omosessualità è una condizione e non una scelta arbitraria dell’individuo, vorrei dire che l’OdG approvato dal Sinodo in realtà lascia una nebbia sull’argomento, non incide sugli ordinamenti, apre pericolosamente ad una direzione congregazionalista per le scelte pesanti della nostra chiese valdese e metodista, e non spiega ciò che dovrebbe essere la premessa assoluta: l’omosessualità non è peccato.
    La chiesa luterana in Italia aveva preso in maggio una posizione molto più netta di quella presa dal Sinodo, ma non ha avuto richiamo mediatico. Il fatto che tanti italiani diano a noi valdesi la loro fiducia con l’attribuzione dell’8 per mille può forse spingere la nostra chiesa in direzioni più complesse, come si è verificato con questo OdG: di fatto, non si decide gran che, ma mediaticamente si propone un’apertura “di fatto” alle benedizioni delle coppie omosessuali, il che crea un forte appeal socio-politico di fronte alla società italiana bloccata su posizioni catto-clericali, ma senza dire le “parole chiare” che il Vicemoderatore Bernardini aveva annunciato in conferenza stampa durante il Sinodo. Rischiamo di perderci per strada quel che sarebbe più adeguato alla chiesa, e in fondo mettiamo gli omosessuali ancora una volta al centro di polemiche che si potevano azzerare con un’affermazione prioritaria, e da cui sarebbero derivate tutte le scelte verso le benedizioni in modo molto più semplice e naturale e quindi duraturo e condiviso: quella che l’omosessualità non è peccato.

  2. Penso che il commento di Alessandro sia condivisibile, come anche la risposta di Paolo Ricca su Riforma: la decisione del Sinodo (ho partecipato ai lavori sinodali in prima persona) lascia alquanto perplessi, in primo luogo per motivi di ordine ecclesiologico: una deriva congregazionalista che non è nella storia della Chiesa valdese, che crea disparità tra comunità e comunità. Non rispondere all’Appello al Sinodo ha provocato fratture nelle comunità e la sensazione che ci sia una “Lobby” gay che possa prevaricare tutti gli altri: non sarà vero, ma l’immagine di una “autorevole” esponente di associazione di gay cristiani che infrange il regolamento sinodale e parla nonostante non sia membro del Sinodo (chi ha orecchie per capire intenda) è abbastanza grave, eloquente e anche inquietante come dall’altro lato un pastore africano che parla di “pervertiti” (anche perchè aveva appena ascoltato un deputato sempre africano che avrebbe votato a favore delle benedizioni e probabilmente il pastore si sentiva offeso anche nell’orgoglio).
    Il Sinodo ha deliberato sotto una grande pressione sia di questi elementi che dei media e non ne è risultato un granchè. Non c’è stata la giusta serenità: il lavoro che ora ci aspetta è quello di parlare ai fratelli e alle sorelle che sono contrari, mettendo in gioco la propria persona e non ricorrendo solo agli annunci ideologici.

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