Testimonianze

Questo vuole essere uno spazio di libero dove potete esprimere le vostre opinioni, i vostri sentimenti, dove potete dare la vostra testimonianza sul rapporto tra fede e omosessualità. Magari sei un ragazzo gay o una ragazza lesbica, magari sei un eterosessuale che ha un amico, un fratello, una sorella, un figlio, una figlia che è omosessuale e volete esprimere qui le vostre esperienze. Si può contribuire, sia firmando che rimanendo anonimi, inviando i testi a fiumidacquaviva@gmail.com

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E’ possibile essere gay ed essere felici?

Salve, mi chiamo Andrea, ho quasi 25 anni e sono qui a raccontarvi la mia piccola storia. Sono un ragazzo normale, non bellissimo ma nemmeno brutto, non simpatico ma neanche antipatico, faccio l’impiegato presso un sindacato. Nato da famiglia cattolica, ho trovato nella chiesa valdese una dimensione per vivere l’amore che Dio nutre per me come per tutti gli altri uomini. E’ possibile essere gay e tentare di essere felici? Secondo me sì, ma a due condizioni molto precise.

La prima è di accettare, prima della propria omosessualità, la condizione di essere umano, fallibile, di per sé “sbagliato” in quando imperfetto e quindi peccatore. Ma un omosessuale non è più peccatore degli altri, è fallibile e soggetto a commettere errori esattamente come un eterosessuale.

La seconda condizione è l’evitare di concentrare tutta la propria attenzione sul sesso, che è sicuramente una componente importante della vita umana, mai il giudizio su una persona, tuttavia, non può essere legato solo ai comportamenti sessuali né come cristiano posso guardare al sesso come ad una cosa completamente slegata dall’affettività (il fatto poi che possa averlo praticato in questo modo in altri periodi della mia vita non fa altro che confermare il primo punto, cioè che siamo fallibili), senza tuttavia permettermi di giudicare nessuno.
Al tempo stesso non è possibile, secondo la mia opinione, macerarsi in proposizioni auto-accusatorie né è positivo, e lo dico con il massimo affetto verso alcuni fratelli e sorelle, che la propria vita spirituale si riduca solo alla ricerca di un prete che assolva per scaricarsi la coscienza.

Ho avuto la percezione di essere gay alle scuole medie quando, invece di fantasticare sulle mie compagne, avevo fantasie sui maschietti della classe. Ma il vero salto di qualità è avvenuto a 15 anni quando per la prima volta mi sono innamorato.
Non sono omosessuale perché vado a letto con altri uomini ma perché provo, ho provato e proverò sentimenti verso persone del mio stesso sesso. A poco più di 16 anni mi sono dichiarato (o meglio sono stato dichiarato e non ho avuto l’ipocrisia di negare) e in una città come quella in cui sono nato e cresciuto (Piombino, poco più di 30mila abitanti) potete ben immaginare la solitudine e il silenzio a cui sono stato condannato.

Tranne i miei genitori (che sono stati fantastici) e pochissimi amici, ero solo a meditare su me stesso e più di una volta mi sono ripetuto nel profondo: Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato? rimproverando al Signore il modo in cui mi aveva creato (il pensiero che l’omosessualità fosse una malattia da cui guarire non ha mai sfiorato né me né i miei genitori). Ho pensato che la mia vita fosse sterile, inutile.

Con il passare del tempo, anche attraverso forme di impegno civile e politico (che tuttavia mi hanno dato anche molte amarezze), sono riuscito a sentirmi grato di questa diversità che Dio mi ha donato e, nonostante ancora non mi abbia fatto ancora incontrare un ragazzo che possa starmi accanto per il resto della vita, ringrazio ogni giorno il Signore per la mia esistenza, che ritengo non esente da sofferenza ma piena di significati.

Se un’altra persona mi domanda se sono felice di essere gay gli rispondo di sì ma che non ne sono orgoglioso. Sono felice di poter camminare nel progetto che il Signore ha previsto per me e che considero un suo dono, non sono orgoglioso perché questo implicherebbe un atteggiamento di disprezzo o superiorità nei confronti degli altri.
L’autodeterminazione può essere valida per i comportamenti sessuali (ognuno di noi può decidere di andare a letto con chi vuole, chi lo nega subisce solo dei condizionamenti culturali) ma non è applicabile all’affettività che è un dono di Dio, e dell’altro che si dona a me come io mi dono a lui.
Il tema dei sacrosanti diritti civili è altra cosa, che mi coinvolge come cittadino e come “animale politico”, ma come cristiano ho il diritto/dovere di andare oltre all’attualità politica e di scavare nel profondo della coscienza.

Cosa vedo nel mio futuro? Un futuro, se Dio lo vorrà, accanto a una persona con cui condividere passioni, gioie e dolori, errori e amore. Non credo sia una visione molto diversa da molti miei coetanei eterosessuali, forse per il nostro paese e la nostra cultura questa è una normalità straordinaria.

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“Ecco, Io ti ho scolpita sui palmi palme delle mie mani” (Isaia 49, 16)

Cari amici dell’Associazione Fiumi d’acqua viva, mi chiamo Claudio, sono nato nell’82 e sono di Firenze. Vi scrivo per farvi conoscere la mia storia.
Se dovessi descrivermi mi dichiarerei un ragazzo normale, più o meno carino (de gustibus..) sia nell’aspetto fisico che nel carattere. Attualmente lavoro nell’assistenza alle persone disabili, in futuro proprio non so…
Due sono le cose per cui ringrazio il Signore e al tempo stesso, lo rimprovero: l’avermi creato gay e l’avermi fatto nascere proprio in quella famiglia; entrambe le cose sono al tempo stesso una benedizione ed una maledizione.
Perchè lo devo ringraziare per la mia famiglia? Perchè un componente di essa era non vedente e questo, oltre ad avermi portato al mio attuale impiego, mi ha allenato a vedere la normalità là dove gli altri vedevano la diversità: Per me era la cosa più naturale del mondo che mia madre non ci vedesse e al contempo, fosse lei a mandare avanti la casa, come farebbere qualsiasi casalinga (vabbè, con i dovuti accorgimenti, è chiaro). Ma la mia famiglia è anche un luogo di negatività, sopratutto dopo la morte di mia madre, avvenuta quando avevo all’incirca 20 anni: Da allora sono stato piuttosto abbandonato a me stesso, coabitando con parenti che, pur non volendo parlare della mia omosessualità, l’hanno intuita, e questo, come dire, rende tesi i nostri rapporti, anche per i nostri caratteri contrastanti.
E qui si arriva a parlare dell’omosessualità; avrai già capito che ciò è causa di tensione nell’ambiente familiare, ed in verità è l’unico ambiente della mia vita dove essa sia un problema: Sul lavoro, con gli amici, è una caratteristica come un’ altra.
Per me poi, il problema di essere omosessuale in sè non è mai esistito; semmai è esistito per gli altri. Non che fossi dichiarato a 15 anni, semplicemente nel periodo scolastico, evitavo che gli altri lo venissero a sapere, ma con me stesso conflitti non c’erano, avevo accettato, alle medie, il fatto che mi piacessero i ragazzi.
L’unico vero conflitto con la mia sessualità (perchè tale veniva definita, non esisteva, per coloro cui mi rivolgevo, il legame sessualità/affettività) l’ho avuto in relazione con la religione.
Anche se avevo accettato di essere omosessuale, durante l’adolescenza vivevo in maniera colpevole le mie pulsioni, anche se ero convinto della bontà dei sentimenti che nutrivo verso quei compagni di scuola di cui  mi innamoravo. A venti anni ho avuto la mia prima (e per ora unica) relazione, durata 3 anni; incasinata, problematica, snervante spesso, ma mi ha portato ad un altro grado di maturazione e consapevolezza, anche religiosa: Ho iniziato a conoscere quelle persone che sono tuttora il nucleo della mia vita e sopratutto, il tramite attraverso il quuale sono riuscito a sentire la voce del Padre.
Questo percorso mi ha portato ad abbandonare la chiesa cattolica, e a trovare la mia casa all’interno della chiesa valdese della quale faccio parte, anche ufficialmente, dal 2011: partito dal particolare del fatto di essere omosessuale, la ricerca del volto del Padre mi ha portato ad una riconsiderazione radicale di tutta la mia vita e del modo di concepire il mio rapporto con Lui.
Ora sono convinto che l’affettività che Dio mi ha donato (e di cui la sessualità è l’espressione) sia veramente un mezzo attraverso cui il Padre ha voluto guidarmi a sè, anche se spesso è pesante pensare che, almeno in questa società, il mio cammino di coppia, se e quando essa mi verrà donata, sarà leggermente più complessa di quanto non lo sia per le coppie etero; ma ciò riguarda solo aspetti mondani e civili, al limite rapporti familiari, certo importanti, ma non riguardanti il nucleo della faccenda. E il nucleo di un rapporto di coppia, di un rapporto d’amore è lo stesso, al di là del sesso delle persone coinvolte.
Chiunque abbia amato essendo riamato sa di che cosa parlo.
Io so di essere amato dal Padre.

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E’ passato diverso tempo (circa tre anni) da quando mi sono iscritta a Fiumi d’Acqua Viva, e poi ho assunto successivamente gli incarichi di segretario e ora di Presidente della nuova Segreteria uscita dall’assemblea del giugno scorso. Finora, nonostante le insistenze di alcuni soci e del curatore del sito, non avevo ancora trovato né il tempo, né a onor del vero, la volontà di scrivere una mia testimonianza, che sapevo mi sarebbe costata una certa fatica.
Devo infatti ammettere e riconoscere prima di tutto davanti a me stessa che il mio atteggiamento nei confronti degli omosessuali e dei diversi in genere, fossero senza casa o rom, disagiati di vario tipo, oppure persone con un handicap fisico o mentale, non è sempre stato quello che ho adesso e che ho maturato attraverso il guardarmi dentro e domandarmi fino a che punto ero capace di essere coerente.
Per molti anni ho dichiarato il mio ateismo come una bandiera, quasi un baluardo contro l’irrazionale. Ho creduto fermamente nella Ragione dell’uomo, piena di quell’illuminismo contemporaneo e superficiale molto diffuso, e fiduciosa nella bontà fondamentale dell’essere umano. Mi dichiaravo rispettosa dell’ambiente e degli animali, facevo la raccolta differenziata dei rifiuti in modo rigoroso, dichiaravo il mio rispetto per tutti i diversi, appellandomi alla necessità che le strutture pubbliche istituzionali intervenissero a garantirli e ne sostenevo le politiche democratiche aperte e fattive. Mi ero persino fatta carico di un cane preso al canile.
Nella sostanza tutti dovevano intervenire tranne io, che mi tenevo accuratamente lontana da persone, partiti politici e associazioni che potessero coinvolgermi in un fare in prima persona. Non avevo, e non ho mai voluto neppure un figlio, che temevo avrebbe condizionato la mia vita. Mi sentivo però parte dell’Universo, e non ho mai temuto l’essere soggetta alle trasformazioni (per es. la vecchiaia e i limiti fisici che comporta) né la morte, sempre vissuta come qualcosa di inevitabile e quindi qualcosa di cui non è necessario preoccuparsi: si muore una volta sola e si è franchi per il seguito, come dice mio marito.
Poi, a 46 anni (della serie “non è mai troppo tardi”), il trasferimento in uno dei paesi africani fra i più poveri del mondo e l’incontro quotidiano e inevitabile con tutte le diversità possibili e immaginabili, la miseria più disperante e l’invalidità più ripugnante, il tormento degli animali e la distruzione consapevole dell’ambiente,  dettata dalla necessità di mettere qualcosa nel piatto dei figli almeno una volta al giorno, spesso senza riuscirci. Mi sono dibattuta, ho amato e odiato al tempo stesso quella gente e quel paese, come una prigioniera che, vittima della sindrome di Stoccolma, ama e odia il suo aguzzino. Al tutto si sono aggiunte altre vicende che mi hanno portato al limite della depressione, e però mi hanno spinta a cercare aiuto e conforto fra persone che non pensavo potessero darmi tanto: persone di fede e di grande umanità.
Ho trovato in Dio la forza di non autodistruggermi, e la volontà di capire cosa avevo sbagliato. Il primo passo è stato accettare, dapprima con rassegnazione e poi con coraggio e volontà di dare il meglio, gli eventi. Ma non sarebbe bastato, se non fosse arrivato il dono della fede, un dono cercato ma che nonostante tutto non avevo ancora, e l’amore, non per una persona soltanto, ma per tutto ciò che mi circonda. Un modo nuovo di sentirmi parte dell’Universo.
Ho cominciato a guardare dentro me stessa, a individuare cosa mi faceva reagire con l’irrigidimento psicologico e l’allontanamento fisico e ho cominciato non dico a cercare, ma semplicemente a non evitare quello che mi metteva a disagio. Così, più per caso che per libera scelta mi sono trovata coinvolta nell’attività dell’associazione Fiumi d’Acqua Viva, non ho rifiutato l’invito che mi era stato rivolto a frequentare un’associazione animalista, mi sono lasciata prendere anche dalla politica.
Oggi sono una persona fondamentalmente nuova: ho una figlia, tanti amici omosessuali che frequento senza più vederli come qualcosa di diverso e senza preoccuparmi di come li e ci vedono gli altri, sono attiva nella mia Chiesa, non ho rifiutato l’impegno del ruolo di Presidente nell’Associazione, sono una attivista animalista (faccio educazione animalista nelle scuole e mantengo due cani e cinque gatti), e mi occupo di politica. Sono certamente sempre essenzialmente la stessa di 15 anni fa, ma ho un approccio completamente diverso al mondo, le mie scale di valori sono cambiate e in cima non c’è più la protezione delle mie fragilità, e scelgo quotidianamente, con serenità, di confrontarmi con tutti i diversi. Che poi sono tutti quelli che incontro ogni giorno. A proposito, non credo più che l’uomo sia fondamentalmente buono, anzi. Credo però fermamente che l’affidarsi alla Grazia divina e seguire la strada che Dio ci mette davanti, con buona volontà anche se non è esattamente quello che volevamo, ci porta a quello di cui ognuno di noi ha davvero bisogno. Io avevo bisogno di scoprire la vera me stessa, di ritrovarla negli altri, fossero umani o animali, e con l’aiuto di Dio ci sto riuscendo.

Marta Torcini